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Giù la maschera

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Renzi è un grande oratore, bisogna dargliene atto.

È riuscito a riportare l’orologio politico della maggioranza a febbraio, quando minacciava di far cadere il Governo sulla prescrizione.

Lo schema di attacco é pressoché identico.
Ieri l’accusa era di cedere al giustizialismo, oggi di abdicare ad una presunta dittatura della scienza.
Se tre mesi fa Conte e il Partito Democratico erano rei di subalternità verso il populismo grillino, oggi il Paese rischia la deriva autoritaria di un Presidente del Consiglio che, in barba della Costituzione, starebbe approfittando di una pandemia per accrescere il proprio consenso personale.
E come? Chiudendo gli italiani in casa, affamandoli, limitandone le libertà, sindacando sulla qualità dei loro affetti personali per poi trasmettere conferenze stampa su Facebook con l’obiettivo di accumulare follower.

Una lettura bizzarra. Ma la grandezza dell’oratore
sta anche nel rendere presentabili simili fesserie.

È evidente che il tema non è il tentativo di affermare un punto di vista diverso sulle riaperture o sull’utilizzo dei DPCM. La pluralità delle idee in una coalizione di Governo dovrebbe peraltro essere normalità, in un altro mondo un valore, o non si parlerebbe di coalizione.

Il vero tema é la prospettiva politica di Renzi e di Italia Viva, e la parte di Paese che intendono rappresentare e di cui vogliono difendere gli interessi. Una parte di Paese, quella dei grandi gruppi industriali italiani, per cui un Governo in grado di riequilibrare i rapporti di forza con il mondo del lavoro, con i sindacati, diventa naturalmente un insostenibile ostacolo, un pericolo da abbattere rapidamente.

Gli interessi di pochi contro i bisogni di molti.

Ad ascoltare gli interventi di ieri, infatti, Renzi è sembrato essere molto più “intonato” con la destra, con Salvini e Meloni, perfino con La Russa – che lo cita e lo applaude – che con il partito di cui è stato il capo e con la maggioranza di Governo di cui fa parte.

Qualcuno, maliziosamente, potrebbe dire che – finalmente – abbia solo gettato la maschera.

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Nota #17 – 28/10/2020

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La si può pensare come si vuole. Ma esattamente come in Italia, in Germania Angela Merkel annuncia la chiusura di ristoranti e bar, di palestre, cinema e teatri. La Francia dichiarerà a breve il lockdown nazionale. L’Irlanda lo ha già fatto. Spagna, Regno Unito, Portogallo, Belgio, stanno procedendo spediti sui nostri stessi passi.

L’Europa è l’epicentro della seconda ondata di coronavirus. Secondo l’ultimo bollettino dell’Oms, nella settimana dal 19 al 25 ottobre, i nuovi contagi da Covid sono aumentati del 36 per cento (la settimana scorsa le nuove infezioni da Covid sono state un milione e 335.914).

Ora. Possiamo guardarci l’ombellico e continuare a discutere come fosse una questione tutta italiana. Possiamo raccontarci che il problema sia Conte, il Governo o chi per loro. Oppure possiamo guardare in faccia la realtà e dirci che siamo nell’occhio di un ciclone di portata continentale. Il Covid c’è e non si vince per decreto. Nessuno ci sta riuscendo. E’ questa la realtà con cui dobbiamo misurarci.

Farlo significa salvare quante più vite possibile e cercare di assorbire al meglio l’urto economico che ne deriverà. Significa tutelare le categorie maggiormente esposte con misure rapide ed adeguate.

Non c’è via alternativa. A meno che non ci si voglia ritrovare, di qui a qualche giorno, a scegliere chi poter curare e chi no. Chi far vivere e chi no. In questo scenario bisognerebbe smetterla di cercare colpevoli, smetterla di urlare quotidianamente al disastro finale come se l’Italia stesse cadendo sotto i colpi provocati dall’incompetenza “dell’altro”.

Se lo portiamo sull’orlo di una crisi di nervi il Paese non si salva, non vince nessuno, e perdiamo tutti.

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Oggi c’è solo l’Italia

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Mentre l’Italia è alle prese con i giorni più difficili per intere generazioni, mentre ora dopo ora siamo costretti a contare i nostri morti, c’è ancora chi gioca a dividere. Sedicenti politici fedeli ad una sola regola, quella per cui vale tutto, basta che serva ad apparire e a costruire consenso.

Ci si diletta a giocare con le bandierine, a spaccare il Paese: governatori leghisti e governatori democratici, Roma e Milano, governo e regioni, piccoli leader e altrettanto piccoli leader.

A queste persone dovremmo dire che L’Italia non si divide, non oggi. Oggi non c’è un’Italia di destra e un’Italia di sinistra. Oggi c’è l’Italia. Non c’è un’Italia del nord, e un’Italia del sud, oggi c’è solo l’Italia, unita nella sua ora più difficile.

Abbiamo tutti paura per i nostri anziani, nelle regioni rosse e nelle regioni blu. Vorremmo tutti proteggere i nostri figli, sovranisti e progressisti. Abbiamo tutti un tremendo bisogno che questo incubo finisca e che si ritorni alla normalità delle nostre vite, al nord come al sud. Siamo tutti consapevoli che nessuno può salvarsi a scapito di un altro, chi ha votato a destra come chi ha votato a sinistra.

Mai come oggi siamo un solo popolo, unito nello stesso destino. Se saremo in grado di dimostrarci tali, alla fine, sarà proprio questo che ci permetterà di vincere questa battaglia. Oggi non abbiamo bisogno di cinismo. Non abbiamo bisogno di divisioni. Di fronte alle difficoltà, di fronte alle incertezze, abbiamo bisogno solo di unità e di speranza. Solo così ce la faremo.

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