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I giovani in campo per una nuova forza progressista

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Intervista a Slugline.it del 21 Gennaio 2020

Bisogna “rimettere l’orecchio a terra e scrollarsi di dosso l’immagine di una sinistra salottiera”. Carlo Rutigliano, 29 anni, è il segretario nazionale del Movimento Giovanile della Sinistra, formazione juniores gemellata ad Articolo Uno, il partito di Pierluigi Bersani e del Ministro della salute Roberto Speranza. Dallo scorso anno il suo movimento chiede una costituente capace di andare oltre i soggetti esistenti che, dice, “non ce la fanno”.

Rutigliano, Zingaretti ha aperto ad un percorso rifondativo.
Penso che sia un buon punto di inizio. E’ un dibattito che chiediamo da tempo. C’è da dire, però, che la sinistra del nostro Paese non ha bisogno di rinfrescare casa. Ha bisogno di costruire un palazzo nuovo dalle fondamenta. E’ il momento del coraggio.

Fuori di metafora?
I soggetti attuali non ce la fanno. Vale per tutti, senza distinzione. C’è bisogno di una nuova forza progressista ed ecologista che metta assieme quello che c’è, ma soprattutto che si apra a chi oggi non c’è.

Si riferisce alle sardine?

Certo. Ma mi riferisco anche a tanto altro. Al mondo dell’associazionismo, a quello cattolico, accademico, del volontariato, delle professioni, degli amministratori. Le piazze delle sardine sono un segnale, come lo sono quelle dei Friday for future. A maggior ragione per chi, come me, si occupa di politica tra i più giovani.

Un segnale di cosa?
Assistiamo ad una mobilitazione straordinaria. Una mobilitazione che i partiti, compresi quelli giovanili, non sono in grado di innescare. Dà la misura di quanto ci sia urgenza di cambiare. No?

Per lei serve un partito di sinistra.
Si. Oggi c’è grande bisogno di sinistra.

Perché?
Per rispondere basta un dato: in Italia l’1% più ricco detiene quanto il 70% della popolazione. A pagare il prezzo più alto di questa ineguaglianza sono donne e giovani. Oltre il 30% dei ragazzi guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese mentre il 25% degli under 29 versa in condizioni di povertà lavorativa. Ecco perché c’è bisogno di sinistra. Per cambiare questo stato delle cose.

Come?

C’è bisogno di governare i grandi cambiamenti del nostro tempo, tecnologico e ambientale in primis, e farlo con una visione del mondo fondata sul primato del collettivo sul singolo, sulla legittimità dello stato ad imporre regole che proteggano le società, sulla centralità dei diritti di chi lavora. Su un’etica differente.

Lei dice che c’è bisogno di sinistra ma l’Italia sembra andare sempre più a destra. Come se lo spiega?
Perché la destra risponde,  in modo sbagliato, a delle domande giuste. Domande che la sinistra ha scelto per troppo tempo di ignorare. Così ci siamo lasciati sfilare larga parte del nostro popolo.

Si spieghi.
Chiediamoci  il perché Salvini continua a riempire piazze, perché le persone fanno ore di fila solo per avere una foto con lui. Non sono certo tutti fascisti! Bisogna scendere dal piedistallo di una solo presunta superiorità morale. Se vogliamo batterlo, dobbiamo comprendere il perché del suo successo.

E qual è?
Credo che sia riuscito a dare alla gente l’impressione di essere padrona del proprio destino. A casa mia, decido io. Contro l’Europa delle regole, contro l’invasione dei migranti, contro il ladro che entra in casa mia. E’ questa l’idea alla base del suo messaggio. La sinistra per troppo tempo, invece, ha detto “dovete adattarvi al mondo, è complicato”. La politica non è adattarsi al mondo, ma decidere del proprio futuro.

Da dove riparte la sinistra, quindi?
Dai fondamentali. Da una nuova comunità e da un nuovo pensiero. Il resto dovrà venire da se. È evidente a tutti che non basteranno soluzioni organizzative.

Priorità?
Stare con l’orecchio a terra. Bisogna scrollarsi di dosso l’immagine di una sinistra salottiera e disconnessa dalla realtà, contigua, invece, con le élite di ogni campo. Abbiamo bisogno di idee concrete e parole nuove, radicali e comprensibili.

Ce ne dica una.
L’Italia ha bisogno di un nuovo statuto dei lavoratori. Quello che abbiamo compirà a breve cinquant’anni. Il mondo di oggi è radicalmente cambiato da allora. Oggi con un app è possibile contrattare una prestazione lavorativa di pochi minuti, con modalità che assicurano una competizione verso il basso della remunerazione e, soprattutto, senza alcun vincolo contrattuale o tutela. Dobbiamo dotarci degli strumenti adatti a governare questi cambiamenti e garantire più diritti a chi lavora.

Il Movimento cosa farà?
Faremo la nostra parte in prima linea. Se c’è una cosa che i giovani stanno dimostrando in tutto il mondo è che possono essere la più grande leva di cambiamento per  una comunità.

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Un cantiere giallorosso

Se il fronte del governo ci fa arretrare abbiamo il compito di produrre uno scatto in avanti, forte e deciso, sul piano politico.

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Per chi guarda il mondo da sinistra il Governo che ha giurato sabato mattina sarà inevitabilmente peggiore del precedente. E questo nulla ha a che vedere con l’indubbia qualità e la statura politica di alcune delle personalità in campo. Sarà un Governo dal baricentro più spostato a destra. E questo, di per sé, rappresenta inequivocabilmente un passo indietro. 

D’altra parte, la natura del Conte II, della maggioranza che lo sosteneva, e del progetto politico alla sua base, è stata una delle cause della sua fine. L’alleanza tra progressisti e cinque stelle ha ricucito il filo con il sindacato dei lavoratori, ha dato un senso nuovo al nostro stare in Europa, ha teorizzato e praticato l’intervento pubblico nell’economia, ridato forza alla sanità pubblica. Per un pezzo di Paese sostituire Conte voleva dire, da una parte, sconquassare quell’equilibrio per mettere nelle meni di altri la gestione delle risorse del Recovery e, dall’altra, stroncare sul nascere la possibilità che l’alleanza di Governo divenisse progetto politico. Se il primo obiettivo è stato, almeno in parte, raggiunto, non possiamo permettere che questo accada con il secondo. 

Ad un arretramento sul piano del Governo, infatti, abbiamo il compito di far corrispondere uno scatto in avanti, più che mai deciso, sul piano politico. L’asse tra PD, Movimento e LeU non esprime solo la principale forza parlamentare in grado di orientare le scelte del Governo, non è solo un punto di tenuta per i mesi a venire, ma rappresenta un progetto, un’occasione di rilancio e di ripartenza, una traiettoria possibile in vista di quello che sarà. 

Per quella alleanza la leadership di Giuseppe Conte è indispensabile, anche se non sufficiente. Un progetto nuovo tra forze con alle spalle percorsi, storie e identità diverse non può vivere solo nelle aule parlamentari, né può essere calato sui territori a ridosso delle scadenze elettorali. Va fatto vivere e crescere, va radicato e organizzato attraverso il confronto e l’elaborazione, attraverso la condivisione di agende comuni, la costruzione di un pensiero nuovo, la ricerca di un linguaggio in grado quel pensiero di raccontarlo, la rinascita di un senso di comunità che in tanti, oggi, rischiano di smarrire. 

È qui che risiede la sfida che con la quale saremo chiamati a misurarci nei prossimi mesi. Perché una volta che il Governo Draghi avrà esaurito i suoi compiti il Paese tornerà al voto. Il centrodestra si presenterà compatto, se pure con equilibri diversi al suo interno. Batterlo sarà possibile solo se nel frattempo saremo capaci di mettere in campo un fronte largo attorno ad un progetto forte ed una leadership riconosciuta. In vista di quell’appuntamento dividerci, oggi, sarebbe un errore imperdonabile.

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Identità da ricostruire

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Articolo apparso su Repubblica, il 2 Febbraio 2021, nella rubrica curata da Concita De Gregorio

Sono il segretario di una organizzazione giovanile che ha nel nome la parola sinistra. Ne vado orgoglioso. Per cui il pezzo di Concita De Gregorio pubblicato ieri da Repubblica – non esattamente generoso con la categoria – mi ha particolarmente colpito. In punta di piedi, mi permetto di fare quattro considerazioni.

La prima è che è vero: la sinistra è debole, disorganizzata. Il Pd è figlio del declino rovinoso delle soluzioni che i progressisti hanno saputo offrire alle democrazie dell’Occidente nell’ultimo quarto di secolo. Manca di identità. Serve ripensare, ricostruire. Non è un problema di carisma di un leader, né tantomeno di geometrie, di tattica o di manovra. È un punto di pensiero, linguaggio e comunità. La destra, nel mondo, ha elaborato una sua proposta fortemente identitaria, capace di rispondere alle paure, alla rabbia di milioni di cittadini beffati dalla globalizzazione che chiedevano solo di essere difesi. La domanda da farsi sarebbe: come risponde la sinistra? La crisi, da questo punto di vista, ha aperto uno spazio importante stimolando la nascita di una coscienza collettiva attorno al valore dei beni pubblici fondamentali. Da sempre centrali nella nostra agenda. Sono convinto che sia meno attorno alle qualità oratorie di questo o quel segretario, e più attorno a questa centralità che sia necessario lavorare per costruire un nuovo campo.

D’altra parte – e vengo alla seconda considerazione – il renzismo non può essere derubricato al carisma di Matteo Renzi, né alla sua capacità di guidare le conferenze stampa. È stato un disegno politico, per giunta forte. Una strategia che puntava a governare al centro il Pd prima, l’Italia poi, e che per un breve periodo ha anche prevalso. Ma il 4 Marzo del 2018 quel disegno è stato sconfitto nel Paese in modo netto ed inequivocabile. Oggi esiste solo nel palazzo, alimentato da manovre tutte politiciste, pericolose e spericolate. Non è per quelle vie che la sinistra potrà recuperare la fiducia di chi ha smesso di votarla negli ultimi dieci anni.

Ad oggi l’unica strada che consente di tenere all’opposizione la peggiore destra della storia repubblicana – e in prospettiva di poterla battere – è quella immaginata da Pier Luigi Bersani: un’alleanza strategica tra forze progressiste e Movimento 5 stelle. Alleanza cercata dal 2013 e puntualmente affossata da quegli “eredi della DC” che teorizzavano e praticavano – con i voti raccolti dal PD di Bersani – l’occupazione del centro e la riscoperta in chiave italiana della terza via.

Quarta e ultima considerazione. L’alleanza tra progressisti e Cinque stelle ha consentito la nascita di un governo che, prima di imbattersi nel Covid, ha ricucito il filo con il sindacato dei lavoratori, ha riconquistato centralità in Europa, ha teorizzato e praticato l’intervento pubblico nell’economia, ridato forza alla sanità pubblica. Non esattamente la destra al potere. Questo mi porta a dire che una nuova classe dirigente, a sinistra, c’è. Penso a ministri poco più che quarantenni che si sono caricati sulle spalle l’Italia in uno dei momenti più bui dopo la guerra. Saranno inusuali e schivi nella comunicazione. Avranno pure tratti novecenteschi, ma non li definirei prudenti. Casomai coraggiosi.

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Cara Myrta Merlino, non è tutto come a Marzo

Per affrontare la complessità che ci è piovuta addosso, oltre la responsabilità, occorre un grande senso di equilibrio. Rimuovere il passato e dividere il campo tra vittime e colpevoli sarebbe un tragico errore. Perché adesso ci si salva solo se con responsabilità restiamo uniti. Ne usciamo insieme, o semplicemente non ne usciamo.

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Pubblicato su Huffington Post

Cara Myrta,

condivido le tue preoccupazioni e avverto anche io le stesse angosce. Come tutti, per altro, ho paura. Ho paura, per me e per i miei cari, di soffrire e di rischiare la vita sotto i colpi duri di questa malattia. Temo un altro lockdown che metterebbe a rischio il mio lavoro e, come chi ti scrive, soffro il perdurare di limiti e precarietà, ma proprio non riesco a essere d’accordo con quello che scrivi.

Quella che si è abbattuta sul mondo intero è una catastrofe epocale che sta mettendo a dura prova organizzazione e sistema sanitario di tutte le nazioni. È un problema complesso dove l’unica certezza è che non abbiamo ancora soluzioni definitive. Eppure il quadro è cambiato.

A marzo l’Italia era il lazzaretto del Mondo. Il Paese più infetto dopo la Cina. Oggi siamo in fondo a tutte le classifiche di contagi. Quella italiana è stata la prima democrazia occidentale a fronteggiare l’epidemia, a prendere decisioni allora impensabili. Ha fatto da apripista tanto da diventare il modello da seguire.  Allora si testavano pochissime persone, quasi esclusivamente sintomatiche. Oggi la nostra capacità di test è decuplicata.

Allora avevamo 5.179 posti letto in terapia intensiva,  oggi ne abbiamo 6.628 e presto ne avremo 8.288. Il 21 marzo i contagiati erano 6.557, il 24,9% dei tamponi effettuati che erano solo 26.336. Ieri abbiamo avuto 16.079 contagi con 170.392 tamponi. Una percentuale di positivi dimezzata. Quindi no. Non ci sto al racconto che tutto è come a Marzo.

Certo, serve fare di più e meglio, e farlo presto è un imperativo morale prima ancora che politico. Perché le code per i tamponi ci sono. Perché le Asl non riescono a seguire tutti come servirebbe. Perché non sempre gli approvvigionamenti arrivano puntuali. Ma non possiamo, adesso, a questo punto, in questa situazione, liquidare il tutto imputando le storture a un governo che “non decide ma consiglia”.

Più giusto sarebbe raccontare che vent’anni di classi dirigenti, tutte, da destra a sinistra, politiche e non, hanno ridotto questo Paese un colabrodo. Che oggi paghiamo il conto tragico di anni di errori strategici. Solo sulla sanità in un decennio sono stati fatti trentasette miliardi di tagli con una perdita di oltre 70.000 posti letto, oltre 350 reparti chiusi, un’infinità di piccoli ospedali abbandonati e la medicina territoriale con le gambe tagliate. Quanto ha inciso questo sulla nostra capacità di rispondere a una crisi della portata del Covid? Quale governo può riparare in sei mesi a ritardi ed errori accumulati negli ultimi vent’anni?

Comprare ventilatori e produrre mascherine è una cosa, altra gli ospedali da allestire. Servono medici, infermieri e anestesisti la cui formazione non si acquista con una gara pubblica. Occorre tempo.

La verità è che stiamo correndo una gara di Moto GP con un vecchio scooter malmesso perché i soldi per la moto li abbiamo spesi in altro. E non possiamo arrabbiarci con il pilota se sopra i sessanta all’ora il motore si ingolfa.

Vedi Myrta, non è la difesa del governo che mi interessa. Non mi appassiona nessuno spirito di partigianeria. Ma da giovane (ancora per poco) con la passione per la politica, penso che per affrontare la complessità che ci è piovuta addosso, oltre la responsabilità, occorre un grande senso di equilibrio.

Serve andare in profondità sulle questioni per leggerle e raccontarle. Troppo facile rimuovere il passato, dividere il campo tra vittime e colpevoli e derubricare a una questione di politica nazionale un dramma come quello che stiamo vivendo. Lo si legge nelle frasi fatte, intrise tanto di rancore che di retorica – e per giunta di parte – come quelle di Bertolaso che tu citi. Questo invece è il momento delle parole pensate. È il momento delle azioni responsabili. Perché adesso ci si salva solo se con responsabilità restiamo uniti. Ne usciamo insieme, o semplicemente non ne usciamo.

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