Pubblicato su Huffington Post Italia, il 26 Febbraio 2026

Andiamo subito al cuore della questione: il punto non è la separazione delle carriere. Il punto è il potere. E quando si interviene sul potere, la domanda deve essere chiara. Ogni riforma istituzionale, a maggior ragione se costituzionale, va giudicata così: rafforza la democrazia o rafforza chi governa?

La giustizia italiana ha un problema evidente. È lenta. È farraginosa. Produce incertezza. Questo incide sulla vita delle persone, frena gli investimenti, alimenta sfiducia nei cittadini. Se la priorità fosse questa, il dibattito pubblico sarebbe concentrato su tempi, organizzazione, risorse, responsabilità. Non è così. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è tema storico, divisivo, ma non certo decisivo rispetto alla crisi di efficienza del sistema. Non cambia la durata dei processi. Non semplifica le procedure. Non modifica il rapporto tra cittadino e tribunale.

Il nodo, allora, è politico. Perché la destra ha scelto questa riformacome battaglia simbolo di questa stagione di governo? Perché viene accompagnata da uno scontro continuo con la magistratura? Perché il linguaggio è quello del ridimensionamento, non quello del miglioramento?

Queste scelte si capiscono solo se le si osserva nel quadro complessivo delle riforme messe in campo. Il premierato, così come è stato concepito, rafforza il capo del governo e mortifica il ruolo del Parlamento, comprimendo nei fatti lo spazio di azione e di garanzia del presidente della Repubblica. Se poi una legge elettorale consente a un capo politico di nominare i parlamentari e assegna a chi vince una maggioranza capace di esercitare un controllo pieno sul Parlamento, fino a incidere sull’elezione del Capo dello Stato, il disegno di accentramento appare evidente. In questo quadro anche la magistratura diventa un potere da ridimensionare, un’autonomia da ricondurre sotto l’egida della maggioranza.

È in questa chiave che va letto il sorteggio del CSM. Lo si presenta come un modo per superare le correnti. In realtà è un messaggio chiaro: i magistrati non sarebbero in grado di assumersi la responsabilità del proprio autogoverno. È una mortificazione istituzionale. La sorte non è un criterio di governo, non è un fondamento della Repubblica, non è un’idea di Stato. È un espediente. E in nessuna democrazia matura si affida al caso la composizione di un organo costituzionale.

Una democrazia, al contrario, vive di equilibri. Perché il potere, per sua natura, tende ad allargarsi. I contrappesi non sono un fastidio. Sono una garanzia. La magistratura autonoma è uno di questi contrappesi. Il Capo dello Stato è un altro. Il Parlamento è un altro ancora. Quando una maggioranza interviene nello stesso momento su Parlamento, Presidenza della Repubblica e magistratura, non sta facendo manutenzione istituzionale. Sta ridisegnando la mappa del potere. Rafforzando il suo e indebolendo quelli che dovrebbero limitarlo.

Qualcuno dirà: chi vince ha il diritto di governare. È vero. Ma governare non è prendersi tutto. Non è piegare i controlli. Non è trattare ogni limite come un nemico da abbattere.

Lo abbiamo visto con la Corte dei Conti, attaccata quando ha chiesto trasparenza sul PNRR. Lo abbiamo visto con i giudici che hanno sollevato irregolarità sull’accordo con l’Albania per i migranti. Lo vediamo ogni volta che un magistrato o un’autorità indipendente esercita il proprio ruolo e viene colpito. Ogni controllo diventa una minaccia, ogni autonomia un fastidio, ogni equilibrio un ostacolo, fino ad arrivare a mettere in rotta di collisione ministro della Giustizia e presidente del Consiglio con il Capo dello Stato.

È il riflesso italiano di uno scontro culturale che attraversa l’Occidente. Negli Stati Uniti la stagione di Donald Trump non ha significato soltanto verticalizzare il comando, usare in modo muscolare gli apparati federali, delegittimare giudici e autorità indipendenti. Ha significato qualcosa di più profondo: piegare le istituzioni a una logica proprietaria, svuotarle della loro autonomia fino a immaginare organismi paralleli, board privati chiamati a sostituire o aggirare sedi pubbliche e multilaterali. È una visione in cui il potere si concentra, le regole comuni vanno in pezzi e la forza diventa l’unico metro.

Per questo il referendum non è una semplice partita tra maggioranza e opposizione. È una battaglia culturale e valoriale: riguarda l’idea di democrazia che vogliamo. Riguarda il confine tra chi governa e chi controlla. Riguarda una concezione di un potere che, passo dopo passo, prova a farsi più largo.

La portata sarà enorme, sia che prevalga il Sì, sia che prevalga il No. Se prevalesse il Sì, la spinta a proseguire su questa strada diventerebbe più forte. Se prevalesse il No, non si fermerebbe soltanto questa deriva: si aprirebbe uno spazio politico nuovo, capace di far crescere un’alternativa credibile in vista delle elezioni del 2027. Per questo non basterà “andare a votare”: servirà mobilitare un pezzo largo di società italiana, oltre i confini tradizionali dei partiti. Associazioni, mondi civici, cultura democratica diffusa, pezzi di professioni e di lavoro. Questo referendum parla anche a loro, forse soprattutto a loro.

E allora il nodo si stringe qui. Non stiamo discutendo un principio astratto, come in un’aula universitaria. Stiamo valutando una riforma che nasce dentro un progetto politico preciso. Il tema non è se la separazione delle carriere sia in sé discutibile. Il tema è dove si colloca, quale equilibrio produce, quale forza consolida. Dentro questa stagione, dentro questo disegno di accentramento, la domanda è una sola: rafforza i contrappesi della democrazia o rafforza chi è al governo?

Io penso che la risposta sia evidente. E penso che, su questo, serva una parola netta: NO.